Da poco rientrati dall’Iran, stanchi ma entusiasti, abbiamo portato a casa risultati importanti: nessun meno mille, niente abissi o grotte complesse, al momento, ma per molti versi molto di più…

Il gruppo di soci La Venta che si è dedicato a scalare i diapiri salini iraniani, grazie all’aiuto dell’amico Yones Shariatmadari, esperto speleologo di Teheran, era costituito da: Gaetano Boldrini, Martino Frova, Giuseppe Giovine, Luca Imperio, Luca Massa e Leonardo Piccini.

In soli dieci giorni di spedizione, il cui scopo è stato di conoscere le caratteristiche e le peculiarità della zona e dei diapiri salini iraniani, siamo riusciti a farci un’idea della consistenza e della mole di lavoro che ci aspetta per dare compimento a uno studio accurato del fenomeno.

Montagne di sale, risorgenze di acqua ipersalina, colate di cristalli bianchi come neve, sole, montagne aride e senza una goccia d’acqua. Un terreno salinizzato, come congelato, che richiede una progressione su croste friabili di sale o su rocce taglienti per arrivare a individuare gli ingressi delle grotte; ma anche montagne disseminate di doline, inghiottitoi o sfondamenti purtroppo spesso tappati dal detrito, che hanno frustrato le nostre ricerche. Con pazienza alla fine siamo riusciti a entrare e a discendere alcuni profondi pozzi ma abbiamo trovato non poche difficoltà nell’attrezzamento a causa della roccia friabile e del detrito appena cementato presente alla partenza dei pozzi, poi, una volta arrivati al sale, nessun problema, come nel ghiaccio, perfetti i chiodi “multimonti” (riutilizzabili) per la preparazione delle calate su corda…

Compagna immancabile di tutti i giorni l’acqua, senza almeno tre litri nello zaino neanche muoversi, lì il caldo la fa da padrone; la zona è desertica, rari cespugli e ancor più rari alberelli, solo rocce e sole, ma per fortuna ogni tanto si trova qualche anfratto per proteggersi nelle ore più calde. Un paesaggio da post guerra nucleare, alla Mad Max (per chi lo ricorda)…

Per fortuna il nostro medico di spedizione non ha mai dovuto cimentarsi nel suo ruolo, solo ricordare costantemente a tutti di nutrirsi bene, idratarsi costantemente e, cosa importantissima, coprirsi sempre e non esporsi inutilmente e direi stupidamente al sole, che lì non perdona.

Tramite il nostro responsabile scientifico, Leo Piccini, abbiamo individuato alcune zone di grande interesse: due duomi salini nella zona poco a sud di Shiraz, e uno circa 200 km a sud-est, presso l’antica città di Lar: una goccia nel mare… in questa zone dell’Iran sono censiti oltre 62 diapiri salini, di cui solo pochissimi esplorati speleologicamente. Questi primi passi ci hanno però dato informazioni importanti: siamo, infatti, riusciti a capire come vanno affrontati questi pozzi nel sale, che spesso hanno l’ingresso scavato in un “cappellaccio” di brecce e detriti poco cementati, che crollano all’interno e tendono a bloccare il fondo e la possibile prosecuzione.

Sin dai primi giorni abbiamo stretto ottimi rapporti di collaborazione con i gruppi speleologici di Teheran e Lar, dove abbiamo anche tenuto un breve corso di tecnica speleologica.

Da metà spedizione in poi è iniziata, grazie all’interesse della Società Speleologica Iraniana, la collaborazione con l’Università di Shiraz. Abbiamo avuto la fortuna di avere con noi un geologo iraniano che ci ha affiancato durante alcune perlustrazioni. I geologi iraniani hanno censito tutti i diapiri e studiato i principali, ma non hanno esplorato le cavità incontrate, per cui un’eventuale collaborazione tra La Venta e l’Università sarà per il futuro studi un’importante opportunità.

A fine spedizione ci siamo ritrovati a Shiraz per un meeting con i docenti e ricercatori dell’Università e i rappresentanti della Società Speleologica Iraniana, per confrontarci e fare il punto sui lavori da programmare assieme. Nell’occasione sono stati presentati filmati, proiezioni, foto e studi, in modo da capire noi meglio il fenomeno salino e far conoscere loro l’attività della nostra associazione.

Durante tutta la spedizione, grazie a Martino Frova, Luca Massa e Gaetano Boldrini abbiamo realizzato una documentazione completa di tutta l’attività svolta, con foto, video e riprese con il drone; materiale che condivideremo con gli speleologi iraniani e l’Università di Shiraz.

Alla fine di questi giorni intensi e pieni di attività, il gruppo si è trascinato in aeroporto per il rientro, accompagnato fino allo sbarco in Italia da programmi e idee per il prossimo futuro. Grande entusiasmo, ma anche la consapevolezza di un grosso lavoro da fare per restituire un report su quello che è stato fatto.

Concludendo, un bel gruppo di lavoro, non più giovanissimo, ma efficiente; ospitalità iraniana eccezionale, contatti tra Associazioni e Università, tra persone e gruppi, sodalizi tra amici, direi tutti segni positivi che lasciano intravedere per il futuro un gran lavoro multidisciplinare in questo affascinate paese.

Luca Imperio

Il salgemma, o halite, è uno dei minerali più solubili esistenti in natura. In un litro d’acqua a temperatura ambiente se ne possono sciogliere sino a 350 g, più di un chilogrammo in soli tre litri d’acqua (per dare una idea, di carbonato di calcio se ne può sciogliere, quando va bene, circa mezzo grammo in un litro d’acqua). Per questa ragione gli affioramenti di rocce saline sono in pratica relegati alle zone più aride del nostro pianeta, tra queste: il medio-oriente, il deserto di Atacama in Cile e certe aree del Nord-America. Nelle altre zone, il salgemma, che è in realtà un minerale abbastanza comune, si trova solo in profondità, come nelle ricche miniere dell’Europa centrale e orientale, sfruttate sin dagli antichi Celti.

Un’altra importante proprietà del salgemma è quella di essere relativamente leggero, circa 2,2 g/cm3 contro i 2,7-2,8 g/cm3 dei minerali e delle rocce più comuni. Per questo motivo i depositi profondi di sale tendono a risalire spinti dal peso delle rocce sovrastanti, formando una sorta di grandi “bolle” a forma di cupola, che prendono il nome di diapiri, o duomi salini, e che arrivano sino in superficie. Il sale, infatti, a pressione medio-alta si comporta come un fluido viscoso, un po’ come fa il ghiaccio, tant’è che può dare luogo a vere e proprie colate, che non a caso prendono il nome di “salt glaciers”, anche sotto l’effetto del suo stesso peso. I diapiri salini sono quindi strutture geologiche assai particolari, poiché hanno una dinamica molto rapida rispetto ad altri fenomeni geologici, e pertanto sono molto studiati dai geologi.

Nel mondo, la zona con la più alta concentrazione di diapiri salini è l’Iran meridionale, lungo le propaggini della poderosa catena degli Zagros. Qui il sale forma delle strutture bombate che, nel risalire, hanno deformato e “bucato” le rocce sovrastanti, formando delle specie di isole di salgemma in mezzo a rocce sedimentarie di natura diversa.

Una volta esposto in superficie, il salgemma viene rapidamente disciolto dalle acque di pioggia, dando luogo a forme e grotte carsiche simili a quelle del calcare, ma caratterizzate da una evoluzione molto più rapida, anche in situazioni, come in quest’area del medio-oriente, dove le precipitazioni sono esigue o occasionali.

Rispetto ad altre zone del mondo, i depositi salini dell’Iran meridionale si caratterizzano per gli spessori e i dislivelli tra zone alte d’infiltrazione e il fondovalle, dove si trovano le sorgenti, che in certi casi superano i 700-800 metri. È quindi probabile che in queste zone, che già ospitano la più lunga grotta in sale del mondo (Tri Nahacu Cave, lunga oltre 6 km, nell’ isola di Queshm) ci possano essere anche le più profonde. Si tratta quindi di un’area dal potenziale speleologico notevole il cui studio è appena iniziato e che al momento ha interessato solo alcune zone, per lo più nella fascia costiera che si affaccia sul golfo Persico.

Con queste premesse si è svolta una prima prospezione dell’Associazione La Venta con lo scopo di toccare con mano la geografia di questi luoghi e avviare i contatti per un futuro progetto di esplorazione, documentazione e studio delle grotte saline dell’Iran, sulla strada già avviata da speleologi e ricercatori della Repubblica Ceca negli ultimi anni.

Una attenta analisi delle immagini aeree presenti su Google Earth aveva permesso di individuare alcune dell’aere più promettenti e in cui non risultavano essere state compiute ricerche speleologiche. Il notevole dettaglio delle foto lasciava infatti individuare con precisione quelli che sembravano profondi pozzi sulle superfici sommitali dei diapiri maggiori e veri e propri inghiottitoi alimentati da piccoli bacini chiusi. Ai margini, invece, gli alvei bianchi di alcuni torrenti segnalavano la presenza di sorgenti dove l’acqua in uscita depositava cangianti incrostazioni di sale.

La prima area visitata, Deh Kuyeh diapir, situata circa 200 km a sud-est di Shiraz, non lontano dalla città di Lar, è risultata essere letteralmente crivellata di doline e pozzi, alcuni anche relativamente profondi, ma le prime discese si sono subito scontrate con due grossi problemi. Il sale, infatti, non affiora in superficie, ma è coperto da uno spessore anche di diversi metri di una sorta di deposito costituito da detrito fine e blocchi di rocce varie appena cementati. L’attrezzamento dei pozzi ha perciò richiesto molta cautela e non poca fantasia, per riuscire a piantare dei chiodi nei pochi punti di roccia relativamente sicura ottenendo degli armi affidabili. L’altro problema è che, nel tempo, i detriti, cadendo nei pozzi, ne hanno provocato quasi sempre la chiusura dopo qualche decina di metri di profondità al massimo. Un bel pozzo, dall’ingresso un po’ più piccolo, ci ha permesso di scendere una sessantina di metri, ma anche qui, dove sembrava di vedere l’inizio di una forra, i detriti caduti dall’alto chiudevano ogni prosecuzione. Nella stessa zona, una prospezione della zona più alta, a circa 1700 m di quota e raggiungibile con due ore di cammino, ha rilevato l’esistenza di un vasto pianoro con centinaia di depressioni e pozzi, ma con una copertura detritica spessa oltre 10-20 m. Solo un lavoro certosino potrà permettere di trovare il “buco buono”, ammesso che esista. Nell’area abbiamo individuato anche alcune sorgenti a livello della pianura (circa 1100 m di quota), purtroppo non percorribili. Da una di queste esce un rivolo d’acqua ipersalina che ha formato delle belle colate.

Le altre due zone indagate, Kornasiah e Khoorab diapir, si trovano invece poco a sud di Shiraz. Anche qui ci siamo trovati di fronte a spesse coperture di detrito che rivestono i depositi di sale e che tappano inesorabilmente gran parte dei pozzi e degli inghiottitoi presenti. La sensazione è che sotto esistano grandi spazi vuoti, ma entrarvi è tutta un’altra storia.

In un grosso inghiottitoio, già individuato dalle immagini aeree, dopo un primo salto di 12 m, ci siamo affacciati su un pozzo di ben 75 metri di profondità, quasi tutto nel vuoto, probabilmente uno dei maggiori conosciuti nel sale. Alla base una grossa galleria, purtroppo collassata dopo poche decine di metri, ha deluso ancora una volta le nostre aspettative. Anche in questo caso l’attrezzamento della calata non è stato facile, essendo in primi trenta metri di questa grotta scavati in una sorta di breccia dove solo qualche sasso qua e là, un po’ più cementato degli altri, ha permesso l’ancoraggio delle corde.

Sul bordo meridionale dell’area di Konarsiah, abbiamo individuato una bella sorgente ipersalina, captata per l’estrazione del sale, con una portata di 1-2 l/sec: come dire che da quella sorgente escono qualcosa come 40-50 tonnellate di sale ogni giorno (pari a circa 20-25 metri cubi), circa 18.000 tonnellate in un anno, ammesso che la portata sia relativamente costante! Non male per una piccola sorgente…

L’ultimo giorno utile, prima del rientro a Shiraz e dell’incontro con gli speleologi e ricercatori iraniani per discutere il futuro del progetto, ci ha visto fare una rapida ricognizione nell’area di Khoorab, dove finalmente abbiamo individuato una sorgente accessibile, che abbiamo esplorato per un centinaio di metri e che continua in uno stretto laminatoio. Una galleria superiore ospita una colonia di pipistrelli dalla fisionomia abbastanza diversa da quella degli abitanti delle nostre grotte.

In conclusione, si può dire che il potenziale speleologico di tutta l’area è notevole, ma l’esplorazione dei sistemi carsici esistenti non appare banale né rapida, ma questo non è altro che uno stimolo in più per andare avanti.

Leonardo Piccini

Sponsor: Ferrino, Scurion, DeWalt, Intermatica, Amphibious.

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