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Pubblicata la scoperta del vino più antico: trovato nelle grotte del Monte Kronio

Il Monte Kronio e le sue grotte, teatro delle recenti esplorazioni di La Venta in collaborazione con la Commissione Grotte Eugenio Boegan di Trieste ha reso un nuovo incredibile ed inatteso risultato: nelle giare di coccio dell'Età del Rame trovate al loro interno è stato trovato e studiato il vino più antico del mondo che si è scoperto avere quasi 6.000 anni.

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Iran 2017 – Qala Cave Project

Sono passati diversi anni da quando, tra una discesa e l’altra nell’inferno del Kronio, si parlava con Giovanni di montagne lontane con potenziali sconfinati. La passione comune per l’Asia centrale ci portò inevitabilmente a parlare di Iran, e dei favolosi Zagros. -Ehi ragazzo, sarai mica uno di quelli che vuole essere portato in gita? Proponi qualcosa di serio, se ce la fai.

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Ricordi di Giovanni Badino

La morte non è mai giusta, ma a volte sa essere davvero ingiusta. Respiro profondamente, guardo l’orizzonte. Penso alla sua ironia, alla consapevolezza, alla realistica meraviglia con cui ha sempre affrontato ogni cosa, e allora mi calmo un poco. Ma poi gli occhi non vogliono saperne, e l’orizzonte – maledizione – si riempie nuovamente di lacrime.

Se n’è andato un maestro vero. Sono state le sue storie e le sue tecniche a catapultarmi nel mondo delle grotte, venticinque anni fa. È grazie a lui che ho sognato – abbiamo sognato – a occhi aperti e nel buio più profondo, imparando un nuovo modo di essere curiosi e di porci domande.
Giovanni Badino era un amante della conoscenza, un esploratore a tutto tondo. Un amico accogliente, onesto, generoso. E uno scienziato come ce ne sono pochi: ricercatore poliedrico, innovatore, inventore. Con la testa in mille posti e i piedi saldamente ancorati a terra. Ha creato concetti e strumenti, ha disegnato territori che prima non esistevano. La speleologia non l’ha solo fatta: l’ha proprio esplorata, trasformandola per sempre.

Giovanni combatteva l’ignoranza con la grazia. Scrittore raffinato, poeta sensibile, amava la letteratura e recitava a memoria interi poemi, e Dante, e Omar Khayyam. La sua meticolosa conoscenza lo rendeva profondamente pragmatico e al tempo stesso spirituale. Perseguiva la cura del dettaglio, non sopportava il superfluo e l’approssimazione. Era spartano ed elegantissimo come solo può essere ciò che si è affinato nel tempo.

Per lui ogni cosa era oggetto di ricerca. Che fosse la fisica dell’universo o la stabilità di un fornellino su una roccia, il modo di sopravvivere in un ambiente difficile o le dinamiche psicologiche di un gruppo di persone, Giovanni si gettava a capofitto nello studio, analizzava, avanzava ipotesi, proponeva soluzioni. E ne scriveva sempre. Non si è mai stancato di farlo.

Negli ultimi tre anni abbiamo assistito impotenti alla sua riduzione fisica. Vederlo così ci faceva spavento. Ma lui no, non ha mai smesso di pensare e produrre febbrilmente, scrivere, accalorarsi, proporre, progettare. Anzi proprio nel buio ha trovato l’ispirazione e lo stimolo per illuminare di più e meglio.

La malattia lo mordeva infame, e lui non si è arreso. Era sempre presente, con la sua caratteristica andatura, dinoccolata e fiera. E il genio sagace, l’egocentrismo ironico tipico di gbad, come amava firmarsi.

Ora che sono troppo lontano per andare a salutarlo, rivedo la sua espressione, quella smorfia dal sapore di sberleffo; mi risuonano in testa le telefonate telegrafiche e le chiacchierate fluviali di un grande affabulatore; la risata, le barzellette che raccontava per rendere produttive anche le attese inutili; rivedo la sua casa zeppa di libri e oggetti raccolti nei viaggi in tutto il mondo; eccola, quella tavola sempre imbandita, tra formaggi puzzoni, cordini, quaderni di appunti, strumenti digitali e ottimo vino. Sembra ancora qui, quel suo approccio profondamente consapevole e perciò privo di facili illusioni, eppure sempre meravigliato per ogni piccolo dettaglio. Ripenso a tutto ciò che avrebbe potuto ancora dire e scrivere e costruire, alle sintesi che gli restavano da fare, e provo rabbia.

Non siamo riusciti a fargli vedere stampato il libro ormai pronto. In quelle pagine c’è molto della sua vita, delle passioni a cui si è dedicato anima e corpo.

Qualche giorno fa in casa editrice lodavano i suoi testi. Gliel’ho scritto e mi ha risposto così: “mi fa molto piacere scrivo molto, e ne sono contento
periodo dolorosissimo ma anche felice mi ricorda di quando mi ero stampato col deltaplano e mi sono scritto l’intro de Abissi Italiani su foglietti sulla pancia. Continua ad essere uno dei miei pezzi migliori.”

E la sua ultima mail ai soci La Venta aveva per oggetto una sola parola scritta in maiuscolo: ORGANIZZIAMOCI.

Questo era Giovanni. Una mente meravigliosa spinta da un motore potente e infaticabile. Che rabbia, sì, adesso. Che rabbia non poter pensare che stia chissà dove, esplorando altri grandi vuoti. Che indicibile rabbia e che ingiustizia che una persona così si sia spenta davvero. Troppo presto, con tutti quei progetti aperti nel suo immenso cantiere.

Ci lascia un mondo. E la responsabilità di coltivarlo.

Natalino RUSSO

 

Ero solo un ragazzino di 15 anni e leggevo avidamente Tecniche di Grotta, Abissi Italiani e il Fondo di Piaggia Bella. La mia mente viaggiava, sognando le terre della notte che avevi varcato per primo nelle esplorazioni in Marguareis e al Corchia e poi ai confini del mondo, inseguendo quel fondo, quel limite oltre il quale si celava il grande ignoto. Il tuo nome mi trasmetteva un senso di riverenza, e quanto mi sentivo piccolo di fronte a te nella prima spedizione! Eri lo speleologo per eccellenza, l’esploratore che aveva illuminato ogni angolo di buio. Allora mi prendevi in giro per quanto pendevo dalle tue labbra, sempre con quella tua ironia umile e pungente. Eppure l’ultimo giorno di quella spedizione avevi voluto che ti accompagnassi ancora una volta tra i cristalli di Naica, nella più lunga permanenza che potessimo fare in quel luogo, oltre l’immaginazione degli uomini. Solo adesso mi sono reso conto di non averti mai ringraziato abbastanza per quell’ora insieme, che da sola varrebbe una vita.

E poi tanti anni a godere della tua saggezza, parlando di future frontiere dell’esplorazione. Ma il più grande dono che ci hai fatto è stato quello di insegnarci a vedere il mondo delle grotte con gli occhi di uomini infinitamente piccoli di fronte all’universo. Ci hai insegnato a rinunciare alla speleologia come fittizia conquista di un territorio e ad accettare che l’esplorazione è e rimarrà sempre inconclusa, infinita, di fronte a questo labirinto di mille possibilità che è il mondo.

E che quello che conta è il viaggio e le risposte alle tante domande, non la terra calpestata.

E il tuo viaggio è stato davvero unico e grandioso.

Ora sei già oltre il Fondo di Piaggia Bella, nelle infinite condotte immerse nel blu dei ghiacciai, oltre la strettoia finale della Cueva de Los Cristales, oltre i meandri di Boy Bulock e i pozzi di Ulugh Begh, percorri l’immensità del Corchia, illumini le Garbere di Cozzo Disi e il Labirinto di Dedalo del Monte Kronio, risali le infinite cascate della Cueva del Rio La Venta e varchi la soglia delle più remote e sconosciute grotte dei Tepui amazzonici.

Noi rimaniamo qui, cercando di seguire il percorso che ci hai indicato. Ma tu sarai sempre oltre. Ora il Continente Buio non ha più segreti per te.

In ricordo di Giovanni Badino, 8 Agosto 2017

Francesco SAURO

La speleologia sottosopra: La Venta al congresso di Sydney

Nei giorni scorsi si è concluso il Congresso Internazionale di Speleologia “Speleo 2017, Caves in an Ancient Land” a Sydney, al quale La Venta non poteva mancare!

Cinque i soci che hanno partecipato all’evento, (Paolo Forti, Jo de Waele, Francesco Sauro, Daniela Barbieri, Josè Maria Calaforra), presentando varie comunicazioni, film e poster, raccogliendo un gran successo di pubblico.

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Al di là della strettoia! L'altro Underground!

Nel 2011 La Venta organizzò una lunga spedizione e in quell'occasione scoprimmo le gallerie dei "150 anni" semplicemente continuando il ramo del GAIA che terminava su pozzo da scendere dopo una ventosissima strettoia. Si aprirono chilometri di gallerie e rami laterali che terminano alla grande sala che chiamammo "Magellan". Dopo 6 anni eccoci di nuovo qua per una due giorni di osservazioni geomorfologiche e soprattutto documentazione fotografica!

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